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Riflessione francescana sul vangelo domenicale

I DOMENICA DI QUARESIMA (21.2.21): INCONTRO ALL'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO

Mc 1,12: In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

I quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto, avvenimento collocato dopo aver vissuto l’entusiasmante esperienza identitaria del battesimo e prima di annunciare agli altri il vangelo, fu un dono dello Spirito. Perché proprio in quel luogo e in quel tempo egli doveva incontrare e conoscere fino in fondo se stesso, così da poter definitivamente incontrare Dio come Padre e gli altri come fratelli. Mi sembra che sia proprio questa la notizia che ci offre il vangelo di Marco con le tre brevissime informazioni: era tentato dal diavolo, stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Gesù è sospinto nel deserto innanzitutto per incontrarsi con le bestie selvatiche, cioè con “l’animale che era in lui” (come canta anche il noto cantautore Battiato), perché in quel luogo era obbligato ad incontrare e sperimentare senza filtri quelle radici antiche che gli restavano dentro e profonde nonostante il battesimo. Nel deserto, libero da ogni altro condizionamento, egli doveva incontrare quelle parti misteriose di sé, sperimentando due opposte possibilità: la sua parte demoniaca e quella angelica, cioè l’abisso di un uomo dominato da paure e violenze o la grandezza di un cuore che accetta la propria umanità. Perché unicamente attraverso quella esperienza di sé, dove la propria animalità è al contempo baratro e sublimità, Gesù avrebbe potuto capire fino in fondo quanto aveva ascoltato poco prima nel battesimo: «così come sei, cioè “figlio di uomo” con le tue ambiguità e grandezze, sei mio figlio amato. Adesso va e annuncia agli altri questa buona notizia sull’uomo e su Dio!».

Anche per Francesco la questione di conoscere se stesso era di fondamentale importanza. Cosa c’è dentro di noi, quale animale ancora non del tutto addomesticato siamo, nonostante le tante opere buone e le tante preghiere? La risposta non può giungere da un’autoanalisi religiosa o psicologica, ma solo dalla vita, quando in particolare essa ci conduce nel deserto e là da soli incontriamo l’animale che è in noi:

Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfa¬zione. 2 Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più (Am 13).

Quando il tuo giardino diventa un deserto (o un oceano sconfinato) allora, dice Francesco, ti accorgi se tu sei una bestia selvatica o un animale domestico. Finché tutto va bene, cioè gli altri ci danno soddisfazione, nutrendoci con il cibo di cui abbiamo diritto, cioè rispetto, apprezzamento, affetto, riconoscimento, non è possibile sapere con certezza se la nostra affabilità, cordialità, gentilezza ma anche la fede e le nostre opere religiose siano la manifestazione dell’animale che siamo. Occorre essere spinti nel deserto del “tradimento”, delle porte chiuse, dell’abbandono o della fame e dei bisogni urgenti per vedere quale animale si mostra: quello che si sente braccato che per disperazione compie cosa “bestiali”, o invece un animale capace di umiltà e pazienza, cioè domestico, che regge alle tentazioni demoniache e resta un uomo servito dagli angeli cioè dai desideri di bene e di bello? Francesco conosceva molto bene la “preziosità” del deserto e lo ricordava ai suoi frati: quando siamo sospinti in esso e saranno spazzate via ogni forma di perbenismo e apparenza, in quel momento incontreremo le due parti di noi, quella tentata verso il basso demoniaco e quella attratta verso l’alto angelico. E in quella solitudine vi sarà la possibilità di fare una doppia esperienza dalla quale soltanto potranno nascere verità e vita: conoscere e accettare di essere “figli di uomo”, con le nostre fragilità e grandezze, e, di conseguenza, riascoltare l’altra notizia che svela la definitiva verità di noi stessi, di essere cioè “figli di Dio”, amati da Lui così come siamo. 

Padre della vita, fammiti incontrare nel momento stesso in cui incontro “l’animale che mi porto dentro che non mi fa vivere felice mai, e si prende tutto anche il caffè” (Battiato). Perché tu mi stai aspettando con amore proprio lì, in quell’incontro, dove vuoi parlare al mio cuore dicendomi che io, “figlio di uomo”, sono “figlio tuo”, “figlio di Dio”. Questo è il vangelo di tuo figlio Gesù, il vangelo che mi permette di accogliere e amare il mistero della vita. (fr. Pietro Maranesi)


 

DOMENICA VI: Il contatto che salva (14.2.21)

Mc 1,40-41: In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 

Bellissimo e commovente l’incontro tra questi due uomini: uno lebbroso, emarginato ed evitato da tutti per la sua malattia, l’altro un rabbi famoso e ricercato da tutti per la sua santità. Due mondi così diversi che si trovano l’uno davanti all’altro e che fanno accadere il miracolo che solo Dio può compiere: di essere l’uno per l’altro e l’uno nell’altro. Il lebbroso era in ginocchio davanti a Gesù e lo supplicava nella e per la sua solitudine reietta e maledetta. Non aveva altro che i suoi occhi disperati, con i quali invocava qualcosa di impossibile: “Toglimi l’impurità della mia malattia per ridarmi dignità e umanità”. Secondo Simone Weil, quello era un uomo caduto nella “sventura”! Davanti a quello spettacolo Gesù fu invaso e sconvolto da quegli occhi disperati che gli urlavano di non andarsene, di fermarsi, di guardare la sua solitudine. Il Vangelo utilizza due verbi per tradurre la risposta di Gesù a quell’incontro: provò compassione e lo toccò. Il rabbi fu “toccato” da quegli occhi e sentì che doveva toccare quell’uomo, per dirgli quanta compassione stava provando, fino a sporcarsi di lui. Con quel gesto Gesù era diventato come quel lebbroso e così, partecipando della sua sorte di impuro, aboliva la distanza tra di loro, ridando umanità e dignità a quella condizione sventurata. Anzi quel contatto invocato e donato fece “bene” anche a Gesù, facendolo crescere in umanità e compassione. Insomma là, al centro di quell’incontro, tra la supplica e la compassione, vi era Dio, Colui che ridà vita alla vita mediante l’incontro di occhi che diventano l’uno per l’altro “un contatto che salva”.

    Francesco di Assisi aveva capito molto bene che la quantità e la qualità della propria umanità sono provate e fatte crescere solo nell’incontro con l’altro caduto nella sventura. Perché se si accetta di restare davanti a lui, occorre abbandonare ogni logica relazionale basata sulla convenienza e sul vantaggio, per mettere in campo quell’unico atteggiamento capace di fare miracoli. Il testo più chiaro e preciso a questo proposito si trova nella Lettera ad un ministro, quando nella seconda parte il Santo offre la soluzione al “superiore” su come agire nei confronti di un frate caduto nel peccato: 

“Lo stesso custode [a cui si è presentato il frate peccatore] poi provveda misericordiosa¬mente a lui, come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile” (LetMin 17). 

Francesco sta chiedendo al custode di fare come Gesù: con uno sguardo di compassione deve “toccare il fratello”, diventando un po’ come lui. Gli è chiesto di sostituirsi e prendere il posto di quel fratello caduto nella sventura del peccato; perché solo dal di dentro di quella condizione potrà “provvedere” a lui. Solo dopo aver sentito tutta la sua “disperazione”, facendosi simile, sporcandosi di lui, potrà vedere in anticipo la via attraverso la quale offrire possibilità comunione e di guarigione. Francesco lo sapeva con chiarezza: in questo processo vi è qualcosa di unico e di sacro; in quell’incontro tra la sventura disperata e la compassione misericordiosa si trova infatti il luogo e il tempo in cui Dio è veramente e realmente presente riempendolo di grazia, perché in quel momento ridona dignità e umanità a chi l’aveva perduta e verifica e l’accresce in colui che la dona. 

Il commento più efficace al racconto evangelico e alla proposta di Francesco lo offre Simone Weil: “Nel vero amore non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio che li ama in noi. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La misericordia e la gratitudine provengono da Dio, e quando esse vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui i due sguardi si incontrano. Lo sventurato e l’altro si amano partendo da Dio, attraverso Dio, ma non per amore di Dio; si amano per amore l’uno dell’altro. E poiché questo amore è qualcosa di impossibile, soltanto Dio può suscitarlo” (Attesa di Dio, 112).

Signore davanti alla sventura dell’altro dammi la compassione del cuore con gesti di solidarietà e vicinanza, affinché quel contatto di misericordia salvi me dalla mia durezza indifferente e colui che tu mi fai incontrare dalla sua solitudine disperata.
(fr. Pietro Maranesi)

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