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Il Vangelo della Domenica: agosto-settembre 2025

XXVI Domenica del tempo ordinario (28.9.25)

Lc 16,19-21: 19 C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20 Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi

È una di quelle parabole con cui Luca mette in bocca a Gesù una dura condanna verso i ricchi, il cui vero peccato non è essere ricchi ma non avere occhi capaci di accorgersi delle povertà degli altri. La relazione tra il ricco e Lazzaro era di assoluta prossimità e quotidianità: il povero viveva accovacciato alla porta del ricco. Eppure tanto vicini quanto lontani: l’uno non vedeva l’altro e questo non riusciva a farsi vedere. Due mondi prossimi tra loro e così diversi da essere l’uno specchio ribaltato dell’altro e all’altro: uno mostrava cosa fosse l’abbondanza che esalta e l’altro cosa fosse la povertà che umilia. La pena del contrappasso patita dal ricco scatta quando vide da lontano Lazzaro: non l’aveva visto quando gli era vicino, lo vide dalla stessa lontananza da lui avuta nei confronti di Lazzaro.

C’è un testo di Francesco nel quale egli ribalta quella situazione della parabola, o meglio la applica ad una ricchezza fondata sulla scelta della povertà. Nel capitolo II della Regola, dove si tratta dei vestiti poveri dei frati, il Santo esprime una preoccupazione assolutamente sorprendente: «Li ammonisco, però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso» (Rb II 17). I frati, con la loro povertà, divenuta famosa e onorata, rischiavano di invertire quanto narrato da Gesù, diventando essi stessi un Lazzaro orgoglioso della loro povertà a motivo della quale “disprezzare” gli altri non così ricchi di virtù come si sentivano essi stessi. Quando le virtù diventano superbe si trasformano in vizi.

Ricchezza e povertà così vicine e lontane, così parti intrecciate della mia vita. Signore aiutami a guardare bene non solo accanto a me, ma soprattutto dentro di me, là dove abitano sia il ricco epulone che il povero Lazzaro.

fraPM


XXV Domenica del tempo ordinario (21.9.25)

Lc 16,1-2: Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi: rendi conto di te stesso 

La parabola dell’amministratore disonesto mette in evidenza un doppio dato del linguaggio parabolico di Gesù. Il primo è l’utilizzo costante di immagini legate o alla natura con i suoi processi di crescita o alle dinamiche sociali della vita umana. In questo secondo ambito frequente è l’impiego di racconti legati al lavoro dipendente, svolto dai servi o da un amministratore. Le relazioni umani connesse alla responsabilità sono ambiti preziosi per Gesù per illuminare il senso della vita. In questo caso ritorna lo stesso principio presente nelle altre: dover rendere conto del proprio lavoro. Al di là del contenuto specifico della parabola, l’apertura del racconto parabolico pone la questione sulla serietà della vita di cui occorre rendere conto: non si è proprietari di nulla ma solo amministratori. Sapere ciò significa restare attenti al modo in cui si amministra il “potere” che ci è stato affidato, così da mantenerlo un servizio e non trasformarlo in dominio.

Anche per Francesco la metafora del lavoro rappresenta uno strumento prezioso per formare i suoi frati al servizio. In particolare spesso egli utilizza l’immagine dei meccanismi commerciali, quelli che egli stesso aveva vissuto da giovane. I beni, che uno ha, non sono propri ma solo affidati; di conseguenza, appropriarsene significherebbe diventarne ladro. Nelle ammonizioni spesso ritorna questo richiamo posto in rapporto ad un tema in cui più forte è il rischio di appropriazione indebita: quello del governo sugli altri. La più bella e precisa è l’ammonizione IV: « Dice il Signore: «Non sono venuto per essere servito ma per servire». Coloro che sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto devono gloriarsi di quell’ufficio prelatizio, quanto se fossero deputati all’ufficio di lavare i piedi ai fratelli. 3 E quanto più si turbano se viene loro tolta la carica che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi, tanto più mettono insieme per sé un tesoro fraudolento a pericolo della loro anima».

Signore fammi restare servo degli altri e ministro delle tue ricchezze, perché quando tu mi chiederai conto io non perda tutto, cioè non perda la mia dignità che nasce dalla verità ed è assicurata dal servizio.

fraPM


 

Esaltazione della Santa Croce (14.9.25)

Gv 3,16-17: In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Commento del Santo Padre Leone XIV

dall'Angelus del 14/09: Leggi

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi: Dio ha amato il mondo come un babbo suo figlio

In quella notte Nicodemo ascolta da Gesù qualcosa di assolutamente nuovo, sebbene come capo dei farisei l’aveva sempre immaginato e sperato: Dio ama “tanto” il mondo. Era questa la notizia che Gesù nel capitolo 2 aveva voluto dare con quel gesto forte e scandaloso fatto nel tempio per liberarlo da una logica di commercio e farlo tornare ad essere la casa del Padre. Il fariseo va da Gesù per capire meglio quanto aveva solo intuito ma che già gli aveva aperto il cuore ad una verità piena di libertà. E là, a quella ricerca Gesù dona quelle parole bellissime ma anche tanto misteriose: la misura del “tanto” dell’amore di Dio per il mondo è il dono del Figlio. Queste parole “incredibili” su Dio annunciato come un padre che ama senza condizione il mondo, fino a dare suo Figlio, saranno capite definitivamente da Nicodemo, però, quando insieme a Giuseppe d’Arimatea tirerà giù il corpo di Gesù dalla Croce e se ne prenderà cura per la sepoltura (Gv 19,39), riconoscimento di verità che lo renderà libero perché figlio nel Figlio.

Anche Francesco di Assisi all’inizio della sua vicenda ha vissuto un incontro importante con il mistero dell’amore di Dio, quando a San Damiano vide e ascoltò “la parola della croce” (1Cor 1,18). Ne nasce una preghiera che, dopo averlo accompagnato per tutta la vita, ricorderà all’inizio del Testamento lasciandola in eredità ai frati: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo. Davanti al volto della croce di San Damiano Francesco vide l’esaltazione di quegli occhi aperti del Figlio crocifisso che gli mostravano il volto paterno e innamorato di un Dio. E l’adorazione e la benedizione, la lode e il canto iniziarono a sgorgare dal cuore di Francesco liberandolo dall’angoscioso commercio dei meriti per farla entrare nella festosa casa della grazia.

Signore Gesù dammi il dono dei tuoi occhi per vedere quelli del Padre: questa è la via dell’esaltazione a cui vuoi condurmi, per farmi giungere al coraggio di amare questo mio mondo come lo ami tu.

fraPM


 

XXIII Domenica del tempo ordinario (7.9.25)

Lc 14,25-27: 25 Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26 «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi: come essere discepolo libero e leggero

L’impressione che si ha da queste parole rivolte da Gesù alla folla numerosa è la sua volontà di diminuirne il numero. Erano troppi che volevano andare con lui. Quanti malintesi li spingevano a seguirlo, perché forse non cercavano Gesù ma se stessi! Ed era necessario chiarire la logica del discepolato quale sequela con cui ribaltare una vita autocentrata che rischiava di utilizzare anche il nome di quel rabbi per restare in questa solitudine auto soddisfatta. Ne erano troppi. Sicuramente non avevano capito quale ribaltamento chiedeva la sua sequela: un nuovo modo di essere con gli altri e con se stessi, dove la croce diventava lo spartiacque tra l’autoaffermazione e il dono di sé.

È interessante il fatto che le due richieste di Gesù siano presenti anche nella protoregola di Francesco. In quel testo scritto con brevità e con semplicità per riassumere la rivelazione di Dio di vivere secondo la forma del Santo Vangelo, Francesco pone al primo posto la richiesta di andare e vendere tutto dandolo ai poveri per poi seguire il Signore, a cui poi fa seguire le due richieste: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»; 4 e ancora: «Se qualcuno vuole venire a me e non odia il padre, la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita stessa non può essere mio discepolo». (Rnb I 3-4). La sequela del Signore significava allora diventare liberi e leggeri da una visione sia autoreferenziale verso se stessi, accettando la propria croce fatta di carne fragile e mortale, sia inautentica con gli altri, smettendo di chiedere ad essi quel riconoscimento senza il quale ci sembra di non valere.

Ti sono dietro, e tu ti volti Signore mi guardi e mi ricordi il rischio di essere lì non per diventare libero e leggero ma per rassicurare la mia vita. Aiutami a capire la forma del Santo Vangelo giusta per me, affinché io con te diventi davvero adulto.

fraPM


XXII Domenica del tempo ordinario (31.8.25)

Lc 14,7.10-11: 7 Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8 «Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”.

Commento del Santo Padre Leone XIV

dall'Angelus del 31/8: Leggi

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesiquando il primo e l’ultimo si ribaltano

Il primo posto in un banchetto è il luogo dove tutti vorrebbero stare perché è il luogo dove si diventa quello che si vorrebbe essere: il primo agli occhi degli altri. E dunque “notando come sceglievano i primi posti” Gesù avverte la tristezza di quella situazione. Gli invitati erano subito assaliti dal problema angosciante di quale posto dovevano occupare, così da mostrare il loro patrimonio simbolico. E non farselo scappare era di assoluta importanza. Ne andava della loro posizione. Il pranzo invece di esser un incontro festoso diventava così una concorrenza in cui sgomitare per arrivare per primo là dove si diventava primo. Il rischio lo ricorda Gesù: di essere collocato all’ultimo posto “della qualità della vita”. Mentre quale onore, essere all’ultimo e venir spostato al primo senza averlo conteso a nessuno! E beato quell’uomo che non fa calcoli, ne cerca il primo posto, ma vive la felicità di esserci al pranzo.

C’è un episodio narrato nel IX capitolo dei Fioretti, testo pieno di favole che però toccano il cuore, in cui si racconta di un buffo dialogo tra Francesco e Leone. Non avendo breviari per lodare il Signore Francesco comandò a Leone di ripetere quanto egli gli comandava di dire. Al che ordina a Leone una serie di rimproveri che Francesco rivolge contro se stesso; disobbedendo Leone invece li trasforma ogni volta in lode di Francesco. Al rimprovero di Francesco di non obbedire a quanto gli aveva comandato, Leone si schernisce dicendo che egli avrebbe voluto obbedire ma aggiunge: «Iddio mi fa parlare secondo che gli piace e non secondo piace a me». E conclude frate Leone rivolto a Francesco deluso e un po’ arrabbiato della disobbedienza del suo amico: «Anzi grazia grande riceverai da Dio ed esalteratti e glorificheratti in eterno, imperò che chi sé umilia sarà esaltato. E io non posso altro dire, imperò che Iddio parla per la occa mia» (Fior IX).

Liberami Signore dall’ansia di prestazione per essere il primo, sempre pronto ad occupare i primi posti per la paura di essere l’ultimo. E non mi accorgo che lì, accanto a me, quando mi sento ultimo ci sei tu a dirmi che per te io sono il primo.

fraPM


 

XXI Domenica del tempo ordinario (24.8.25)

Lc 13,22-24: Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno».

Commento del Santo Padre Leone XIV

dall'Angelus del 24/8: Leggi

Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi: la porta verso Gerusalemme

Cosa avrà annunciato Gesù mentre camminava verso Gerusalemme? La domanda postagli da quel tale lascia intuire quale fosse il tema: la salvezza. E mentre quello gli chiedeva sulla quantità di coloro che si sarebbero salvati, Gesù risponde sulla modalità per giungere ad essa connessa alla porta stretta, quella difficile, che chiede cioè una consapevolezza forte nel decidere la via più impegnativa, simile alla scelta di scavare sulla pietra e non sulla sabbia per la stabilità della propria casa. Gesù non sapeva quanti si sarebbero salvati, ma sapeva che la via per giungervi passava per Gerusalemme, là dove avrebbe dovuto entrare nella porta stretta della coerenza con se stesso, rinunciando invece alla porta larga del conformismo che assicura una vita comoda ma inautentica. La salvezza dunque per Gesù era salvare la propria dignità dal rischio della superficialità e banalità.

Interessante in Francesco è il contesto nel quale è utilizzata l’esortazione di Gesù, di sforzarsi di passare per la porta stretta: a conclusione del capitolo XI della Regola non bollata dove sono offerte ai frati alcune fondamentali indicazione su come andare per il mondo. Tutte riguardano lo stile relazionale tra loro e con gli altri. Tra di essi i frati non litighino ma si amino reciprocamente, facendo vedere con le opere il loro amore. Verso gli altri evitino non solo la calunnia ma anche il giudizio e la condanna e «siano modesti, mostrando ogni mansuetudine verso tutti gli uomini» (Rnb XI 8). Questo stile di vivere tra loro e con gli altri viene riassunto da Francesco con la citazione di Luca: «si sforzino di entrare per la porta stretta» quella appunto che chiede una scelta che ribalta il desiderio di potere per imboccare la via di Gerusalemme dove fare di sé un dono senza riserve e senza pretese. Questo solo salva la vita di coloro che hanno abbracciato il Vangelo perché li libera dal rischio di tradire se stessi trasformando il vangelo in motivo di contesa tra loro e potere sugli altri.

Signore quale è la mia porta stretta che mi conduce alla vita? Forse mi scandalizza così tanto da non riconoscerla. E tu mi aspetti lì, pronto ad accompagnarmi per non lasciarmi solo in quel tragitto verso la mia Gerusalemme.

fraPM


 

 Vedi  tutti gli spunti ai Vangeli domenicali a cura di Padre Pietro Maranesi

 


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