Il Vangelo della Domenica: ottobre - novembre 2025
Spunti francescani a cura di P. Pietro Maranesi
Domenica XXXIV: Cristo Re dell’universo (23.11.25): la tua memoria fa il mio futuro
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Interessante l’operazione temporale che il ladrone chiede a Gesù: quando sarai nel tuo futuro torna indietro a questo presente perché nel tuo ricordo di me e della mia povertà io possa avere un futuro con te e in te. A lui bastava che un pezzettino della sua vicenda fosse restata in Gesù, in quell’uomo che moriva ingiustamente e che pertanto sarebbe stato portato nel seno di Abramo, mentre lui veniva “giustamente giustiziato” e dunque sarebbe stato dimenticato anche da Dio. Gli bastava rimanere nella memoria di quell’uomo per ricuperare un po’, solo un po’, della sua vita sbagliata facendola entrare nel cuore di Lui. E invece, quel desiderio di consegnare con verità e umiltà qualcosa di sé a quell’uomo, riconosciuto pieno di futuro perché pieno di amore, gli permise di dare a quel presente disperato un futuro eterno.
Anche per Francesco il ricordare fa ripartire la vita. E non a caso spesso nei suoi testi egli esorta i suoi frati a fare memoria. Rileggiamo uno di questi passaggi, rivolto ai suoi affinché siano capaci di obbedirsi reciprocamente e con fiducia: «si ricordino che per Dio hanno rinnegato la propria volontà» (Rb X 2). Qui avviene qualcosa di diverso e complementare a quanto chiede il ladrone a Gesù: i frati debbono fare memoria di Gesù perché quel passato diventi un presente che li renda capaci di vivere la consegna reciproca nell’obbedienza fiduciosa l’uno all’altro. Far restare Gesù nella propria memoria significa avere uno sguardo diverso sull’altro davanti a sé, per vivere con lui già qui “in paradiso”.
La memoria di me in te e tua in me: la prima è sicura Signore la seconda spesso si attenua e scompare, impedendo così al mio presente di diventare futuro in te. E allora Gesù ricordati di me affinché io non mi smarrisca definitivamente in me dimenticandomi di te.
fra PM
Domenica XXXIII: per annum (16.11.25): la salvezza viene dalla pazienza
Lc 21, 13-19: Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita
Sono le parole che Gesù rivolge ai suoi a ridosso della sua consegna definitiva al destino di morte, conseguenza diretta della coerenza con cui voleva vivere la sua vita di testimonianza del Padre. Esse però, prima di valere per i suoi, erano rivolte a se stesso, quasi per vivere quel tempo finale cosciente non solo della sua difficoltà ma anche della sua preziosità. Entrava nella sua storia disponibile ad esserci nonostante sapesse che l’acclamazione con cui era stato accolto a Gerusalemme si sarebbe molto probabilmente ribalta in un urlo di abbandono e condanna. E allora con la sua “perseveranza”, la sua pazienza (upomenè) avrebbe salvato la sua anima, cioè la verità della sua esistenza e con essa l’anima dell’intera umanità.
Francesco cita l’esortazione alla pazienza di Gesù nel capitolo della Regola non bollata dedicato alla missione tra gli infedeli. Interessate è la premessa che fa il Santo, rivolgendosi a tutti i frati presenti in qualunque luogo: «si ricordino che hanno donato se stessi e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo» (Rnb XVI 10). La pazienza, esortata alla fine del testo con le stesse parole di Gesù, promettendo che con essa avrebbero salvato l’anima, era possibile solo “ricordando che” avevano fatto di se stessi un dono, affidandosi completamente anche nel corpo alla fedeltà di Gesù. La pazienza dunque significava per Francesco restare saldi nel dono di sé nel momento stesso in cui la vita chiedeva tutto senza poter opporre nulla. La pazienza allora è l’amen dei figli che si consegnano ad un Padre che, restando fedele ad essi, accoglie e salva tutto il mondo, proprio come ha fatto e continua a fare con suo Figlio.
Signore aiutami a salvarmi l’anima aiutandomi a fare di essa un dono senza riserve, nella pazienza di essere lì dove tutto sembrerebbe inutile e senza più futuro.
fraPM
Domenica XXXII: Dedicazione della basilica lateranense (9.11.25)
Gv 2,13-14: Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
Una fede diventa religione quando costruisce templi; in quel momento infatti essa è diventata parte del sistema sociale, politico ed economico, al quale da parte sua offre un luogo di conferma e di difesa. Il tempio dunque invece di essere manifestazione della fede rischia di decretarne la fine. È quanto cerca di fare Gesù con quel gesto proposta da Giovanni come programmatico di tutta la sua missione: liberare la religione dai meccanismi di commercio religioso dove Dio è merce di scambio e non più un Padre, e la cui casa ha smesso di essere luogo di lode del figlio e di incontro tra fratelli, ma scambio di merce e di favori. Tuttavia toccare questo sistema, mettendo in crisi il tempio, è pericoloso: chi tocca muore! Come è successo a Gesù, ucciso come un bestemmiatore perché chiamava Dio padre e voleva ricostruire un tempo in cui “adorare Dio in spirito e verità” (Gv 4,24).
Il primo luogo e forse il decisivo nel quale innanzitutto occorre fare pulizia, liberandolo dalla logica commerciale della rivalità e del potere, è il cuore e la mente, perché è lì che abita veramente Dio, e lì occorre ritornare per incontrarlo come figli e da lì uscire per diventare fratelli. Per Francesco infatti fino alla fine resta essenziale vegliare su quello spazio del cuore e della mente, per costruire in esso «un’abitazione e una dimora permanente al Signore» (Rnb XXII 27). Il rischio di cacciarlo via è forte e avviene quando il cuore e la mente iniziano a commerciare con la religione facendo di Dio una merce di scambio per ottenerne onore e prestigio sugli altri. Perché lo sapeva bene Francesco e lo ricordava spesso ai frati: «lo spirito della carne cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini» (Rnb XVI 12)
Ogni tanto c’è bisogno di una frusta che mi aiuti a ripulire la mia vita dal rischio della religione. Signore toglimi la religione che mi fa erigere templi senza di Te e dammi la fede che mi rende ricco di te.
fraPM
XXXI Domenica: Commemorazione dei defunti (2.11.25)
Mt 25, 40-43: Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Nella parabola di Gesù il fuoco eterno è minacciato e inferto non a coloro che non hanno onorato Dio dandogli affetto con il culto, ma a coloro che non hanno spento il fuoco temporale con cui erano tormentati i poveri incontrati nel loro cammino. Quasi Gesù predichi una specie di vendetta personale: ero torturato dalla fame, dalla sete dalla nudità dal carcere e tu non ti sei nemmeno accorto. È per questa mancata devozione verso di lui, presente realmente in anima e corpo nei poveri, che tutti gli uomini e donne devoti e pieni di religione subiranno la sorte da loro inferta a Gesù: lontano da me!
Francesco cita il passaggio di Matteo alla fine del capitolo XXI della Regola non bollata. In esso il Santo propone in pochi versetti una predica abbreviata, dove, dopo aver parlato del mistero trinitario dell’amore di Dio da temere e onorare (Rnb XXI 2), ricorda quale sia il modo per lodare e benedire il Signore Dio onnipotente: «fate penitenza» (v. 3) ed essa ha una forma speciale: «Date e vi sarà dato, perdonate e vi sarà perdonato» (v. 4). L’onore a Dio mediante una conversione penitenziale del cuore donato a lui avviene quando si vive la misericordia e il perdono donati agli altri. Lo sguardo su Dio si misura su quale sguardo produce poi verso i fratelli. È da questo che saranno giudicati gli uomini: «Guai a quelle che non muoiono nella penitenza, andranno nel fuoco eterno» (v. 8) quello stesso fuoco che non hanno spento nelle loro relazioni con altri se avessero usato l’acqua della misericordia e del perdono.
Signore, parlandomi del futuro escatologico tu mi richiami al presente temporale per aiutarmi ad accorgermi di coloro che evito accuratamente o sono diventati per me invisibili. Ti prego fammi essere come il Samaritano e non come il ricco epulone: ne va non solo del mio futuro ma soprattutto del mio presente.
fraPM
XXX Domenica del tempo ordinario (26.10.25)
Lc 18,9-10: In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Lo sviluppo della parabola è conosciuto: il fariseo, in piedi e davanti a tutti nel tempio così da essere visto e ammirato, pregava ricordando a Dio e agli altri i suoi tanti meriti, guadagnati a motivo della sua assoluta fedeltà alla legge; l’altro, il pubblicano, anch’egli conosciuto da tutti, era in fondo e chinato battendosi il petto riconoscendo la sua situazione di peccatore. La chiave interpretativa della parabola la offre Gesù proprio all’inizio, dove spiega “perché” e “a chi” volle raccontare quella storia: per aiutare “coloro che presumevano di essere giusti e in più disprezzavano gli altri”. La loro giustizia religiosa era solo “presunta” perché non produceva umanità e relazione, ma dava il diritto al fariseo di “disprezzare” l’altro. La sua religione gli dava la possibilità di togliere all’altro ogni “prezzo”, ogni valore, riducendolo ad uno da evitare e forse da eliminare, perché senza quello il mondo sarebbe stato migliore.
Francesco ha un testo assolutamente interessante dove anch’egli si occupa delle stesse dinamiche, richiamando i suoi frati al rischio di fare della loro religione una spietata arroganza verso gli altri e una menzogna verso se stessi. Si tratta infatti di smascherare lo spirito che si nasconde sotto la una religione piena di sé; essa può essere infatti dominata dallo spirito della carne che «cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini» (Rnb XVII 12); mentre quella vera dovrebbe essere vissuta nello Spirito del Signore, quello che «vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, e ricerca l’umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito» (Rnb XVII 13). Francesco ci sta dicendo dunque che il pubblicano, così disprezzato dagli altri, era colui, riconoscendo la propria povertà, era mosso dallo Spirito del Signore e per questo «tornò a casa sua giustificato».
Signore Gesù attraverso la mia povera e infedele religione dammi il tuo spirito che mi permetta di spostarmi dal mio “primo posto” per andare indietro e pormi nell’ultimo posto del mio fratello pubblicano, perché anche io possa tornare a casa giustificato.
fra PM
XXIX Domenica del tempo ordinario (19.10.25)
Lc 18,7-8: E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Alla fine della parabola del giudice, che si occupa della vedova non per giustizia ma per non essere più disturbato, Gesù pone una serie di tre domande difficili e drammatiche. Alle prime due risponde lui stesso con la formula “io vi dico” per dare forza e sicurezza a quanto invece sembrerebbe smentito costantemente dagli eventi: “Sì, Dio farà giustizia ai suoi eletti” e aggiunge addirittura un avverbio: “prontamente”. Chi sa dove egli vedeva questa prontezza di Dio a favore degli ultimi, i suoi (pre)diletti? All’ultima domanda invece nemmeno Gesù sembra rispondere, lasciandola aperta ad una insicurezza insondabile: ci sarà la fede sulla terra quando il figlio dell’uomo tornerà? Tutti termini misteriosi che mostrano con evidenza la natura spesso insondabile della nostra vicenda umana sulla terra. In ogni caso le due serie di domande avranno il loro punto di arrivo con una risposta che sembrerebbe una negazione di entrambe, cioè sulla croce dove quell’innocente che aveva confidato nella prontezza del Padre muore da solo, illuso nella sua speranza di una risposta sicura!
Di domande aperte e spesso senza risposte anche Francesco ne ha avute molte. Dopo aver deciso di mettersi alla sequela di Cristo, cioè dietro la sua logica di vita, gli eventi più di una volta gli hanno posto la domanda sul senso di ciò che stava vivendo. Erano i momenti in cui quelli che gli avrebbero dovuto dare soddisfazione gli si mettevano contro (Am 13). Il dramma di quelle ingiuste situazioni è stato sintetizzato da Francesco con la conclusione della sua parabola relativa alla perfetta letizia che sarebbe dovuta nascere davanti ad una porta chiusa che gli impediva di entrare a casa sua: “Se avrò pazienza e non mi sarò conturbato, allora…” (Perlet 12). Ma era giusto avere pazienza? Ma non solo: era possibile avere pazienza? Tuttavia, l’attesa di una risposta davanti a quella porta chiusa poneva a Francesco l’ultima domanda delle tre di Gesù, la più drammatica e la più utile per dare un senso a quel rifiuto: Francesco avrà avuto ancora fede nella logica del Vangelo?
Signore dammi la fede che non chiede delle risposte ma un affidamento a te per appartenere alla tua esperienza di Figlio che si affida non ad un giudice indifferente ma ad un padre attento.
fra PM
XXVIII Domenica del tempo ordinario (12.10.25): una lebbra che guarisce il cuore
Lc 17,17-19: Ma Gesù osservò: "Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!".
Questo è uno di quei miracoli che si può definire doppio, o a due livelli di attuazione. Tutto inizia dalla pietà-misericordia avuta da Gesù per i dieci lebbrosi, da cui però scaturisce un risultato diverso. Per nove di essi la guarigione fu solo del corpo. Per il decimo, un samaritano, avvenne qualcosa di più: tornato indietro dopo la guarigione, si “prostrò davanti a lui per ringraziarlo”. Le parole con cui Gesù commenta quell’evento mostrano appunto di soggetti in azione e un doppio livello di miracolo: innanzitutto la misericordia di Gesù verso i dieci che li guarisce nel corpo e poi la fede del samaritano che gli cambia il cuore. Per altri lebbrosi quel miracolo favorì l’attenzione a se stessi, occupati e preoccupati di essere riaccolti nel contesto sociale; solo il samaritano ritornò con il cuore e la mente a Gesù per vivere un atto di ringraziamento, principio di uno sguardo nuovo sulla realtà qualificato da Gesù come la vera e definitiva salvezza.
Anche nella vita di Francesco sono presenti i lebbrosi, con un ruolo però ribaltato nei confronti della salvezza del giovane. È Francesco stesso a farci conoscere l’importanza della loro presenza salvifica nella sua vicenda: dopo aver fatto misericordia con essi la sua vita fu cambiata fino a trasformare l’amarezza di una esistenza infettata dall’autocentratura nella dolcezza di una vita rinata (Test 3). Non furono i lebbrosi ad essere miracolati, ma Francesco che guarì se stesso nel momento che si prese cura con il cuore delle loro miserie. Immagino che alla fine, tra Francesco e i lebbrosi avvenne un moto di reciproco ringraziamento nello stupore di quanto può operare un cuore di misericordia su se stesso e sugli altri. E la salvezza entrò nel cuore di Francesco e anche un po’ in quel lebbrosario.
La pietà che mi richiede la lebbra del mondo susciti in me, o Signore, un cuore attento e pronto come il tuo, perché il miracolo che ne nascerà toccherà non solo colui che mi farai incontrare sulla mia strada ma anche il mio cuore per guarirlo dalla propria autoricerca e perbenismo.
fraPM
XXVII Domenica del tempo ordinario (5.10.25): Francesco di Assisi un servo inutile
Lc 17,7-10: Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"".
Con la prima parte del testo, quello in cui Gesù rivolge questa serie di domande, posso essere anche d’accordo: a quel tempo e forse ancora oggi verso un servo o verso uno stipendiato il “padrone” e colui che paga non ha alcun debito, cioè può pretendere quanto stabilito senza nessun senso di colpa o di dovere. Però non capisco la conclusione tirata da Gesù applicandola direttamente a coloro che ascoltavano, ai quali, dopo aver fatto quanto loro ordinato, chiede di qualificarsi “servi inutili”. Ma perché? “Servi” lo capisco, ma “inutili” no! Lo sarebbero stato se non avessero assolto ai loro compiti. Non è forse un po’ duro e forse ingiusto Gesù togliendo a quel servo ogni diritto di fronte al suo padrone?
Ero sicuro che Francesco avesse utilizzato quella conclusione di Gesù applicandola ai suoi frati. Essa è collocato in un contesto molto particolare, nel quale i frati sono richiamati “a non litigare tra loro e con gli altri, ma procurino di rispondere con umiltà, dicendo: siamo servi inutili” (Rnb XI 3). Con quella autoqualifica i frati avrebbero dovuto interrompere ogni meccanismo di contrapposizione e scontro con gli altri. L’umiltà del servo, cosciente che valeva poco o nulla cioè non è essenziale, costituiva l’antidoto definitivo per non cadere nella trappola della lite che nasce quasi sempre o soltanto per far valere i propri diritti e il proprio prestigio. Sapere di essere servi inutili permette di fare quel che si deve fare perché si deve fare, senza il bisogno e desiderio di farlo vedere per essere apprezzati o tanto meno di imporlo per essere i maggiori; in tutti questi casi infatti diventerebbe “roba nostra” con il pericolo di cadere immancabilmente nella pretesa che diventa poi rivalità.
Signore, ricordandomi di essere un servo inutile, non vuoi umiliarmi ma preservarmi dall’arroganza di essere qualcuno o dalla delusione di non essere riconosciuto. Fammi fare quello che debbo perché è giusto farlo e questo basta ad essere ripagato!
fra PM
Vedi tutti gli spunti ai Vangeli domenicali a cura di Padre Pietro Maranesi

